Il Santuario di Maria SS. della Provvidenza in piazza a Montalbano Elicona

Il Santuario della Madonna della Provvidenza e la festa del 24 agosto

La chiesa che sta in piazza (e non è un dettaglio)

A Montalbano Elicona ci sono chiese più antiche e chiese con dentro opere più famose. Ma se volete capire il paese, dovete entrare qui.

Il Santuario di Maria SS. della Provvidenza sta in piazza. Non defilato in un vicolo, non arroccato sotto il castello: in piazza, dove passa tutto il paese, dove i vecchi si siedono e dove i bambini corrono.

E questo, in un borgo siciliano, non è mai un caso. Il posto che una comunità assegna a una chiesa dice esattamente quanto le vuole bene.

Ci entri e senti subito che questa non è una chiesa qualunque per i montalbanesi. È la chiesa.

Da San Domenico a Santuario: quattro secoli di testardaggine

La facciata del Santuario della Provvidenza a Montalbano Elicona

Il Santuario in piazza: il cuore devozionale del paese

La storia di questo edificio è una piccola commedia siciliana in tre atti.

Atto primo: 1630, nasce come San Domenico

La chiesa viene costruita nel 1630 dove prima c'era una chiesetta dedicata a San Leonardo, e intitolata a San Domenico. Accanto ci mettono un convento, affidato ai Padri Domenicani. Tutto regolare, tutto documentato.

Atto secondo: il paese decide diversamente

Solo che i montalbanesi, da sempre, la chiamano "Santuario della Vergine Santissima". Non San Domenico. La Madonna.

E qui va spiegata una cosa a chi siciliano non è. In Sicilia, quando una comunità decide che una cosa si chiama in un certo modo, quella cosa si chiama in quel modo. Può arrivare il vescovo, può arrivare il Papa, può arrivare un decreto con il timbro: il paese continua per la sua strada.

Non è ribellione. È una forma di ostinazione affettuosa che, a pensarci bene, ha tenuto in piedi mezza identità di quest'isola.

Atto terzo: 1983, la realtà si adegua

Nel frattempo la chiesa viene ampliata per volontà del Barone Vincenzo Romano, uno di quelli che quando facevano beneficenza non lesinavano.

Nel 1983 arriva l'ufficialità: la chiesa diventa Santuario.

Trecentocinquant'anni per far mettere per iscritto quello che il paese diceva dal primo giorno. In Sicilia si chiama pazienza. Altrove si chiamerebbe in altri modi.

La carestia, il voto e il 24 agosto 1675

Ma il motivo per cui questa Madonna è diventata patrona è una storia molto più dura di quanto la parola "festa" faccia pensare.

Tra il 1663 e il 1669 il territorio viene colpito da siccità e carestie. Sei anni. Sei.

Proviamo a capire cosa significa in un'economia di montagna del Seicento: significa raccolti che non arrivano, animali che muoiono, farina che finisce. Significa gente che se ne va e gente che non ce la fa.

Gli abitanti si rivolgono alla Madonna. E l'anno successivo i raccolti sono abbondanti.

Il 24 agosto 1675, per riconoscenza, la Vergine viene proclamata protettrice del paese.

Perché "della Provvidenza"

Il nome non è decorativo. Nasce da gente che ha avuto fame per sei anni e poi ha visto i campi tornare a produrre. La provvidenza, per loro, non era un concetto teologico: era il grano nel magazzino a settembre. Ricordarselo cambia il modo in cui si guarda quella statua.

E se volete un termine di paragone su quanto la Sicilia sappia trasformare una catastrofe in una liturgia, andate a rileggervi cosa combinarono i catanesi con l'Etna. È lo stesso identico carattere.

La statua di Alessandro Pantano

La vera star del santuario è la statua lignea settecentesca della Madonna della Provvidenza, attribuita allo scultore Alessandro Pantano e collocata sull'altare maggiore.

Roba fina, credetemi. E non lo dico per dire: la scultura lignea siciliana del Settecento è una scuola seria, e questa statua ne è un esempio che regge il confronto.

Ma il pezzo forte arriva ad agosto.

Perché ogni anno, per la festa, la statua viene ricoperta dei gioielli donati per voto dai fedeli.

Fermiamoci un secondo su questa frase. Non sono gioielli comprati dalla parrocchia: sono ori di famiglia. Anelli, catenine, orecchini, fedi. Portati lì da qualcuno che aveva chiesto una grazia e l'ha avuta, o che almeno così crede.

Ogni pezzo su quella statua è una storia di qualcuno. Una malattia finita bene, un figlio tornato, un lavoro trovato, una paura passata.

È il museo più sincero del paese, e sta addosso a una statua.

La festa del 24 agosto e gli "smanicati"

Il 24 agosto si celebra una delle feste più antiche dei Nebrodi. Se capitate da queste parti in quel periodo, cambiate i programmi. Sul serio.

La statua esce in processione portata dagli "smanicati".

Chi sono gli smanicati

Il nome viene dal fatto che portano il fercolo in maniche di camicia, senza giacca. È una forma di umiltà davanti alla Madonna, la stessa logica dei "nudi" di altre feste siciliane: ci si presenta spogli di tutto quello che nella vita di tutti i giorni serve a fare figura.

Vederli partire è una cosa che ti resta addosso. Il peso è enorme, il caldo di agosto sui Nebrodi non perdona, e loro camminano.

Cosa aspettarsi

  • Il paese cambia faccia. Tornano gli emigrati, le case chiuse tutto l'anno si riaprono, e i letti in casa si moltiplicano in un modo che nessuno sa spiegare.
  • La processione è lunga. Mettete in conto una giornata intera, non venti minuti di spettacolo.
  • Si mangia. Ovviamente si mangia. È una festa siciliana, mica un convegno.
  • Prenotate. Il 24 agosto trovare posto a Montalbano Elicona senza aver prenotato è un'impresa che sconsiglio.

E un consiglio da chi c'è stato: non guardate solo la statua, guardate la gente. Le facce di chi guarda passare quel fercolo raccontano più di qualunque guida.

Quando andarci

DoveIn piazza, nel cuore del borgo. Impossibile non trovarlo.
Il giorno grande24 agosto, festa della patrona. Prenotate con largo anticipo.
Il resto dell'annoMolto più tranquillo, e per certi versi si capisce meglio: senza folla si guardano davvero la statua e gli ex voto.
OrariSeguono le funzioni. Mattina e tardo pomeriggio sono i momenti buoni.
Da abbinareIl giro delle altre chiese parte a due passi da qui: Duomo, Santa Caterina e Spirito Santo.

Una cosa sola, per finire. Nei santuari di paese c'è sempre qualcuno che prega davvero, non che visita.

Fate le foto se volete, ma fatele con la testa. È casa loro.

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