I Megaliti dell'Argimusco: la Stonehenge siciliana che nessuno vi ha mai raccontato
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Cosa sono i Megaliti dell'Argimusco
Cari amici, preparatevi, perché questa è la parte che mi fa venire la pelle d'oca ogni volta. E l'ho vista parecchie volte.
A una decina di chilometri dal borgo medievale, su un altopiano che sta intorno ai 1.200 metri, a cavallo fra Nebrodi e Peloritani, c'è un pianoro spoglio con dentro dei massi di arenaria quarzosa alti fino a venti metri.
Li chiamano la "Stonehenge siciliana" e, va detto subito, il paragone è generoso: a Stonehenge le pietre sono state chiaramente messe lì dall'uomo, qui la faccenda è molto meno chiara.
Ma quando arrivate lassù e li vedete la prima volta, il paragone smette di sembrarvi esagerato. Perché l'effetto che fanno è quello lì.
Silenzio. Vento. Erba bassa. E queste sagome enormi che spuntano dal nulla.
Gli altipiani dei Nebrodi: è questo il paesaggio in cui si arriva all'Argimusco
Le figure di pietra e i nomi che gli hanno dato
La cosa divertente dell'Argimusco è che diventa subito un gioco. Arrivate, guardate un masso, e partite in automatico con "ma quello non sembra...".
Ed è il gioco che hanno fatto tutti quelli passati di lì prima di voi. Tanto che le pietre ormai hanno i loro nomi:
- I Mammut - sono i primi due che incontrate sul sentiero. Un cucciolo e un adulto, che qualcuno ha battezzato Margy. Fanno più simpatia che mistero, ma la proboscide c'è.
- L'Aquila - il masso più fotografato di tutti, e il più interessante: il becco punta verso l'Etna, che nelle giornate limpide sta lì in fondo a fare da sfondo.
- L'Orante, la donna in preghiera - venticinque metri di roccia con il volto rivolto a nord, che al tramonto, quando la luce arriva da ovest, tira fuori un profilo che vedono tutti, anche gli scettici.
- Il Guerriero, che qualcuno chiama il Sacerdote - una roccia forata che da una certa angolazione disegna un profilo umano allungato, con il foro proprio dove starebbe l'occhio.
Una precisazione doverosa, perché io le cose ve le dico come stanno: questi nomi sono moderni. Nessuno ha trovato un'iscrizione antica che dice "questa è l'aquila". Sono letture nostre.
Il che non toglie nulla, anzi. Ci ricorda che gli esseri umani guardano una roccia e ci vedono una faccia da sempre, ed è una cosa piuttosto tenera.
Natura o mano dell'uomo? Il dibattito che va avanti da decenni
E adesso la domanda da un milione di euro, quella che vi farete appena messo piede sull'altopiano.
La tesi geologica
La spiegazione più diffusa fra i geologi è la più semplice: arenaria. Roccia sedimentaria tenera, esposta per millenni a vento, pioggia, gelo e disgelo a 1.200 metri.
L'erosione non lavora in modo uniforme: attacca dove la roccia è più debole e lascia stare dove è più dura. Il risultato sono forme scavate, bucate, arrotondate. Che è quello che si vede.
Detto in siciliano: "u ventu fici u sò travagghiu" (il vento ha fatto il suo lavoro). Per qualche migliaio di anni, senza mai staccare.
La tesi dell'intervento umano
Dall'altra parte c'è chi sostiene che qualcuno ci abbia messo mano. Non che abbia portato i massi lì, quello non lo dice nessuno: che li abbia rifiniti, orientati, scelti.
Gli argomenti principali sono tre: alcune superfici sembrano troppo regolari per essere solo erosione; alcune vasche e canalette scavate nella roccia ricordano quelle di siti rituali documentati altrove; e soprattutto ci sono gli allineamenti astronomici, di cui parliamo tra un attimo.
Come la penso io
Ve la dico senza girarci intorno: non lo so, e diffido parecchio di chi lo sa con troppa sicurezza da entrambe le parti.
La versione che mi convince di più è quella intermedia. L'erosione ha fatto il grosso del lavoro, e l'uomo è arrivato dopo su un posto che era già impressionante così com'era. Perché è quello che l'uomo ha sempre fatto: trova un luogo che gli fa una certa impressione e comincia a usarlo.
Non serve che ogni pietra sia stata scolpita per rendere l'Argimusco un posto importante. Bastava che qualcuno, tremila anni fa, ci salisse e pensasse "qua succede qualcosa".
Gli allineamenti con il cielo
Questa è la parte che porta quassù studiosi da mezza Europa con teodoliti, bussole e un'aria molto seria.
La tesi è che alcuni massi siano posizionati in rapporto preciso con solstizi ed equinozi: il sole che sorge o tramonta in una certa fenditura in un certo giorno dell'anno, sagome che si allineano con punti precisi dell'orizzonte. Con una bussola in mano si scopre per esempio che il masso a forma di rapace e il menhir più alto stanno esattamente sull'asse est-ovest.
Chi ci ha lavorato sostiene che l'altopiano funzioni come un calendario di pietra. Chi è scettico risponde che, con abbastanza massi e abbastanza date, un allineamento lo si trova sempre. È un'obiezione seria e chi la porta ha ragione a portarla.
Se volete vedere la cosa nel modo giusto
Andateci intorno al solstizio d'estate (21 giugno) o a quello d'inverno, all'alba o al tramonto. Non perché sia garantito che vediate il miracolo, ma perché è l'unico momento in cui potete giudicare con i vostri occhi invece che sulla parola di qualcuno. E poi, sinceramente, l'alba d'estate sull'altopiano vale il viaggio a prescindere da chi ha ragione.
C'è poi la teoria che l'Argimusco, nella forma in cui lo vediamo oggi, sia stato lavorato in età tardomedievale sotto la regia di Arnaldo da Villanova, il medico e alchimista della corte di Federico III. È la tesi di Paul Devins e Alessandro Musco nel libro "Argimusco Decoded" (2013), e le ho dedicato un articolo a parte.
Come arrivare ai Megaliti dell'Argimusco
La salita verso l'altopiano attraversa i boschi dei Nebrodi
| Da Montalbano Elicona | Circa 10 km di strada di montagna in direzione Argimusco. Venti minuti scarsi, curve comprese. |
|---|---|
| Da Messina | Circa 80 km. Autostrada fino a Falcone, poi si sale verso l'interno. |
| Da Catania | Circa 110 km, contando la salita finale. |
| Auto | Indispensabile. Con i mezzi pubblici quassù non ci si arriva, non giriamoci intorno. |
| Ultimo tratto | Si lascia l'auto e si prosegue a piedi su sterrato ed erba. Nulla di impegnativo, ma non è asfalto. |
| Segnale telefonico | Ballerino. Scaricate la mappa offline prima di salire. |
Quando andarci e cosa portare
Il periodo migliore è tra maggio e ottobre. D'inverno quassù nevica sul serio e la strada può essere un problema.
L'ora migliore è la prima del mattino o l'ultima del pomeriggio. A mezzogiorno la luce è piatta, i massi perdono i volumi e le famose figure spariscono. Vi ritrovate in un campo con dei sassi grossi, e tornate a casa dicendo che era sopravvalutato.
Cosa portare:
- Una giacca a vento, anche ad agosto. A 1.200 metri il vento non chiede permesso.
- Scarpe chiuse: c'è erba alta, pietrisco, terreno irregolare.
- Acqua, perché lassù non c'è niente. Né bar, né fontane, né bagni.
- Cappello e crema solare: non c'è un filo d'ombra su tutto l'altopiano.
Cosa non portare: la fretta. È il posto meno adatto del mondo per la fretta.
Una nota onesta, prima che partiate
Su internet trovate l'Argimusco raccontato con parole tipo "vortice energetico", "portale dimensionale" e simili. Ognuno creda quello che vuole, ci mancherebbe.
Io vi dico soltanto questo: l'Argimusco non ha bisogno di essere venduto.
È un altopiano a milleduecento metri, con il vento che fischia e delle pietre enormi che stanno lì da prima di chiunque di noi. Il resto sono parole in più.
Andateci senza aspettative da documentario, camminate per un'ora senza guardare il telefono, sedetevi su un masso e state zitti.
Se poi qualcosa la sentite davvero, quella è roba vostra, e nessuno ve la può spiegare. Se non la sentite, avete comunque fatto una passeggiata in uno dei posti più belli dei Nebrodi.
In entrambi i casi, non ci avete perso niente.
Continua il viaggio a Montalbano Elicona
Dall'altopiano si scende al borgo, e giù c'è il resto della storia.
- Il Castello di Montalbano EliconaNormanni, Svevi e il re aragonese che mollava Palermo per venire quassù. Storia e visita.
- Arnaldo da VillanovaMedico di papi, alchimista, quasi eretico. E forse la mente dietro all'Argimusco.
- Le chiese di Montalbano EliconaUna basilica minore del 1646, un marmo del Gagini e una chiesetta del 1310 sempre aperta.
- Il Santuario della ProvvidenzaLa carestia del Seicento, la statua coperta d'oro e la festa più antica dei Nebrodi.
- Il borgo medievale a piediPorta Giovan Guerino, scalinate e vicoli: l'itinerario per girarlo come va girato.
- Bosco di Malabotta e Nebrodi3.221 ettari di riserva, aquile e cavalli bradi. E il suino nero, che merita un capitolo.
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