Il castello di Montalbano Elicona, dove si troverebbe la tomba di Arnaldo da Villanova

Arnaldo da Villanova: il medico degli alchimisti, il papa che lo fece arrestare e l'Argimusco

Chi era Arnaldo da Villanova

Ci sono personaggi storici che quando li scopri ti chiedi come sia possibile che nessuno te ne abbia mai parlato a scuola.

Arnaldo da Villanova è uno di quelli.

Nato intorno al 1240 in area catalana, è stato una di quelle figure medievali che facevano tutto: medico, alchimista, astrologo, teologo, traduttore, diplomatico. Oggi uno così lo chiameremmo tuttologo e ne diffideremmo parecchio.

Solo che Arnaldo, a differenza dei tuttologi di adesso, il mestiere lo sapeva davvero.

Studiò ad Aix-en-Provence, a Montpellier e a Parigi, dove seguì i corsi di Alberto Magno. Insegnò a Barcellona dal 1286 e tornò a Montpellier come rettore intorno al 1309, riorganizzando gli studi su mandato papale. Tradusse dall'arabo testi che in Occidente non aveva letto nessuno, e scrisse trattati che vennero copiati e ricopiati per due secoli.

E in mezzo a tutto questo, trovò anche il tempo di litigare con mezza Chiesa.

Il medico che curava papi e re

La fama di Arnaldo era quella del medico che chiami quando gli altri hanno alzato le mani.

Curò papa Bonifacio VIII, che soffriva di calcoli renali. Fu medico e consigliere di Giacomo II d'Aragona e di Federico III di Sicilia.

Tenete presente una cosa, perché aiuta a capire il personaggio: nel Medioevo medicina, astrologia e alchimia non erano discipline nemiche. Erano colleghe che si scambiavano gli appunti, e chi le praticava tutte e tre non era un ciarlatano: era uno preparato.

Arnaldo girò le corti d'Europa, e ovunque andasse lasciava una scia di gente che lo considerava un genio e di gente che lo considerava un pericolo pubblico.

Una cautela che vale per tutto quello che leggerete su di lui

Ad Arnaldo è stata attribuita nei secoli una quantità enorme di opere, soprattutto alchemiche, e gli studiosi concordano su un punto: per la maggior parte di quei testi l'attribuzione non regge. Fra Trecento e Quattrocento mettere il suo nome in copertina faceva vendere, ed era pratica comune. Quindi quando trovate scritto "lo diceva Arnaldo da Villanova", chiedetevi sempre in quale libro. Vale anche per la storia che state per leggere.

I guai con l'Inquisizione

Il problema di Arnaldo è che non sapeva stare zitto.

Non gli bastava fare il medico: si mise a scrivere di teologia, di riforma della Chiesa, di profezie sulla fine dei tempi. Calcolò pure una data per l'arrivo dell'Anticristo, che è il genere di iniziativa che nel Trecento ti procurava conseguenze.

Nel 1301 venne arrestato a Parigi per affermazioni teologiche giudicate sospette. Nel 1305 l'Inquisizione lo mise al bando in Catalogna. Fu chiamato a rispondere davanti al Sacro Collegio ad Avignone. E nel 1316, quando era morto da qualche anno, i suoi libri vennero confiscati e bruciati dall'Inquisizione di Tarragona.

Se la cavò per due motivi, e sono molto umani: era troppo bravo come medico perché i potenti potessero permettersi di perderlo, e aveva protettori nelle posizioni giuste.

Uno di questi protettori sedeva sul trono di Sicilia.

Arnaldo e la Sicilia aragonese

Qui la storia si avvicina a casa nostra.

Federico III d'Aragona, re di Sicilia dopo i Vespri e la stagione degli Aragonesi, fu uno dei suoi appoggi più solidi. Non un rapporto di facciata: Arnaldo fu consigliere, medico di corte e interlocutore su questioni politiche e spirituali.

E indovinate qual era il posto che Federico III si era scelto per l'estate.

Esatto: Montalbano Elicona.

Quindi, mettendo in fila i pezzi: abbiamo un re con una passione per le scienze e per questo borgo dei Nebrodi, un consigliere che è uno dei massimi esperti europei di astronomia e alchimia, e a dieci chilometri dal castello un altopiano pieno di massi che qualcuno sostiene siano allineati con i solstizi.

Come dico sempre: coincidenze? Io non ci credo mica tanto.

La teoria dell'Argimusco

L'altopiano dei Nebrodi dove sorgono i megaliti dell'Argimusco

L'altopiano dell'Argimusco: il presunto "laboratorio" a cielo aperto

Veniamo al punto. La teoria è quella di Paul Devins e Alessandro Musco, esposta nel libro "Argimusco Decoded" del 2013, e dice più o meno così.

I Megaliti dell'Argimusco non sarebbero un sito preistorico e nemmeno un semplice capriccio dell'erosione, ma un progetto medievale: un luogo lavorato e orientato tra Duecento e Trecento come strumento astronomico e simbolico, sotto la regia di Arnaldo da Villanova.

Gli argomenti a favore sono questi:

  • Arnaldo aveva le competenze tecniche per farlo: astronomia, geometria, calcolo delle posizioni celesti. Roba che nel 1300 sapevano fare in pochissimi.
  • Aveva il committente: un re appassionato che stava a un quarto d'ora di cavallo.
  • Aveva il movente: un uomo con le sue idee, sorvegliato dall'Inquisizione, aveva tutto l'interesse a lavorare lontano dagli occhi, e un altopiano deserto a 1.200 metri è il posto ideale.
  • Alcune figure dell'altopiano si prestano a letture simboliche compatibili con la cultura alchemica del tempo.

Detta così, funziona. È una teoria che sta in piedi, ed è quella che nella guida su Montalbano Elicona ho indicato come la più convincente.

Adesso però le obiezioni, perché è giusto sentirle

Non c'è un documento. Nessuno. Arnaldo ha scritto tantissimo, e in tutto quello che ci ha lasciato non c'è una riga sull'Argimusco.

Un cantiere del genere lascia tracce. Spostare e rifinire massi di quelle dimensioni nel Trecento avrebbe richiesto uomini, mezzi, denaro e mesi di lavoro. Cose che di solito finiscono in un registro contabile da qualche parte.

Sul sito non ci sono evidenze archeologiche. Nessuna traccia di frequentazione antica, nessun reperto. Per un luogo che sarebbe stato un cantiere, è un silenzio pesante.

La geologia offre una spiegazione più semplice. E, come regola generale, quando una spiegazione semplice e una complicata spiegano la stessa cosa, conviene diffidare della complicata.

La tomba nel castello

E qui la storia diventa concreta, perché non è più una tradizione orale: è una cosa che si può andare a vedere.

Nel 1969, scavando al centro della Cappella Palatina del castello di Montalbano Elicona, è stato trovato un sepolcro di pietra.

Il 7 maggio 2015, in occasione del primo convegno internazionale di studi su Arnaldo da Villanova, la tomba è stata inaugurata e resa visitabile. Oggi nella cappella c'è una teca con un'iscrizione commemorativa in latino e catalano, e dentro un sarcofago di pietra con alcune ossa attribuite ad Arnaldo.

Attenzione alla parola: attribuite.

Perché le fonti dicono che Arnaldo morì in mare al largo di Genova, nel 1312 o nel 1313, mentre era diretto ad Avignone. Come quelle ossa siano arrivate in una cappella dei Nebrodi, o se siano davvero le sue, è una domanda che non ha ancora una risposta chiusa.

Resta il fatto, e non è poco: in una cappella bizantina dentro un castello siciliano c'è un sepolcro che porta il suo nome, con l'iscrizione in catalano.

Quanto ci si può credere

Vi do la mia posizione, poi fate voi.

Che Arnaldo da Villanova abbia progettato l'Argimusco, francamente, non ci credo. Mancano le prove, manca il cantiere, manca tutto tranne la suggestione.

Che Arnaldo da Villanova conoscesse l'Argimusco, ci credo eccome. Soggiornò in Sicilia fra il 1305 e il 1311, ospite di una corte che stava a dieci chilometri dall'altopiano, e aveva un interesse professionale per il cielo. Un uomo così non si lascia scappare un posto del genere.

E a me questa versione piace di più. Perché non ha bisogno di inventarsi niente.

L'immagine di un medico catalano condannato per eresia che sale a milleduecento metri per guardare le stelle da un pianoro deserto della Sicilia, mentre giù al castello il re lo aspetta per cena, è una scena che non ha bisogno di aggiunte.

Ed è la scena che mi torna in mente ogni volta che salgo lassù.

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