Le mani di un'anziana siciliana stendono i tarocchi siciliani sulla tovaglia cerata della cucina (immagine generata con IA)

Tarocchi Siciliani: il mazzo unico al mondo e la sua storia

Sessantatré carte, quattro paesi e una carta che si chiama Miseria

In casa di mia nonna, a Catania, le carte stavano nel secondo cassetto della credenza, sotto le tovaglie ricamate che non si usavano mai (le tovaglie buone, in Sicilia, non si usano: si custodiscono). Ogni tanto saliva la signora Concetta, la vicina del piano di sotto, se le faceva prestare, le mischiava tre volte e le stendeva sulla tovaglia cerata della cucina. «Talìa, u setti di dinari: sordi ca trasunu». Mia madre faceva la scettica, però intanto avvicinava la sedia. Io avrò avuto otto anni, e ricordo il silenzio che si faceva in quella cucina. Un silenzio da tribunale. Ai tarocchi siciliani ci sono arrivato così, dalla porta sbagliata.

Perché quelle, vi confesso, erano carte siciliane normali, le stesse della scopa e della briscola. Per anni ho creduto che la tradizione fosse tutta lì: un mazzo qualunque più una vicina con l'occhio lungo. E invece no. Esiste un mazzo che si chiama proprio così, Tarocco Siciliano, ed è una delle cose più strane che quest'isola abbia prodotto. I collezionisti di mezzo mondo lo conoscono. Noi che ci siamo nati accanto, quasi mai.

Sessantatré carte, e nessuna dove ve l'aspettate

Il Tarocco Siciliano è un mazzo regionale, come le piacentine o le napoletane. Solo che di regionale ha pure l'anima. Le carte sono 63. Anzi, 64, ma la sessantaquattresima merita la sua piccola storia: nel 1862 il neonato Regno d'Italia impose il bollo fiscale sulle carte da gioco, e serviva una carta su cui appiccicarlo. Fu aggiunto un asso di denari che nel gioco non serve a niente. Il bollo non esiste più da decenni; l'asso è ancora lì. Se cercate una metafora della burocrazia italiana, accomodatevi.

I tarocchi nascono nell'Italia del Quattrocento come gioco di corte, con i loro trionfi allegorici: il Matto, l'Imperatore, la Morte, la Ruota della Fortuna. In Sicilia arrivano tardi, e come sempre da una strada tutta loro. Il marchese di Villabianca, memorialista palermitano del Settecento, racconta che a portare il gioco sull'isola fu il viceré Francesco Gaetani, duca di Sermoneta, nel 1663. Bella storia. Peccato che i documenti dicano che le stamperie di Palermo producevano tarocchi già intorno al 1630, trent'anni prima del viceré. Tra un memorialista e uno stampatore, io tendo a credere allo stampatore: uno lavorava coi ricordi, l'altro con l'inchiostro e le tasse da pagare.

La vera stranezza però sta nei semi. Coppe, denari, spade e bastoni, direte voi, e che ci sarà mai di strano. C'è che sono disegnati secondo il sistema portoghese-spagnolo: le spade e i bastoni sono dritti e si incrociano in diagonale, formando certe grate geometriche che la prima volta sembrano un errore di stampa. Quel modo di disegnare i semi è morto ovunque, in Portogallo compreso, tra Ottocento e Novecento. Sopravvive in un solo mazzo al mondo, e quel mazzo si stampa per la Sicilia. Altra eredità lusitana: al posto dei fanti ci sono figure femminili, le "donne". Nelle altre carte italiane non esistono. Nelle nostre sì.

E poi ci sono i trionfi, dove il mazzo siciliano si prende le sue libertà. Il Matto c'è, ma si chiama Fuggitivo, 'u Fujutu, uno che scappa, e già questo meriterebbe un trattato di antropologia. Soprattutto, c'è una carta che si chiama Miseria: un pezzente raffigurato su un trionfo che vale zero, da mettere sotto il numero uno. Nessun altro tarocco al mondo ce l'ha. Il Bagatto, la Papessa, l'Imperatore ce li hanno tutti. La Miseria solo noi. Serviva un siciliano per guardare quella corte di potenti e pensare: qui manca qualcuno, manca chi non ha niente.

La carta della Miseria del Tarocco Siciliano, il trionfo che vale zero (immagine generata con IA)

La Miseria: il trionfo che vale zero, e che nessun altro mazzo al mondo ha.

I quattro paesi dove il gioco non è mai morto

Tra Cinquecento e Ottocento a tarocchi si giocava in mezza Sicilia. Poi il gioco si è ritirato piano piano, come una marea, lasciando qualche pozza isolata. Oggi il Tarocco Siciliano si gioca stabilmente in quattro paesi: Mineo in provincia di Catania, Calatafimi nel Trapanese, Tortorici e Barcellona Pozzo di Gotto nel Messinese. Quattro comunità sparse da est a ovest che, da buone comunità siciliane, non si sono mai messe d'accordo sulle regole. Ognuna difende la propria variante come si difende la ricetta della nonna. A Mineo, il paese di Luigi Capuana, giocano la versione considerata più fedele alle regole antiche. A Calatafimi invece hanno costruito negli anni un sistema di dichiarazioni e alleanze che somiglia a un piccolo parlamento (con più correttezza dell'originale, mi dicono).

Una partita a tarocco siciliano in un circolo ricreativo di paese (immagine generata con IA)

Nei circoli di paese il mazzo non è mai andato in pensione.

A stampare il mazzo è rimasta una sola azienda al mondo, la Modiano di Trieste, che lo tiene in catalogo tra le carte regionali. Pensateci: l'ultimo custode industriale di un mazzo seicentesco siciliano sta a Trieste, all'altro capo esatto dell'Italia. Se un giorno smettessero di stamparlo, il gioco resterebbe appeso ai mazzi consumati nei circoli di quei quattro paesi.

E che il mondo sappia tutto questo lo dobbiamo, tenetevi forte, a un filosofo di Oxford. Michael Dummett, uno dei grandi logici del Novecento, uno che scriveva di Frege e di filosofia del linguaggio, coltivava una seconda ossessione: la storia delle carte da gioco. Nel 1973 venne in Sicilia a cercare il tarocco locale, che gli studiosi davano ormai per estinto. Lo trovò vivo, nei circoli di paese, tra fumo e caffè. Le sue ricerche finirono nel volume The Game of Tarot del 1980, e una consuetudine di provincia diventò un caso di studio internazionale. Oggi a Dummett è intitolata l'associazione culturale che tutela il gioco e organizza i tornei tra i paesi. Un professore inglese diventato santo patrono di un gioco di carte siciliano: certe storie non le inventerebbe nemmeno Camilleri.

Le carte lette in cucina

E poi c'è l'altra storia, quella della signora Concetta.

Perché in Sicilia le carte non si sono mai limitate a far vincere o perdere. Le carte, da noi, si "vàrdanu": si guardano, si interrogano. E qui bisogna essere onesti e fare una distinzione che i giocatori dei circoli ci tengono molto a fare (giustamente): il Tarocco Siciliano storico è un mazzo da gioco, nato per giocare, punto. La cartomanzia popolare è un'altra tradizione, che corre parallela e che usa quasi sempre le comuni carte regionali da quaranta, quelle della scopa. Due mondi diversi che si sfiorano da secoli, e che noi qui raccontiamo entrambi.

La lettura delle carte come pratica si diffonde in Europa dal Settecento, e in Sicilia mette radici dove metteva radici tutto: in casa, in cucina, tra donne. Era una sapienza di famiglia, tramandata di madre in figlia o più spesso di zia in nipote, con il suo lessico in dialetto. I denari annunciavano sordi, le spade chiacchiere e coltellate verbali, le coppe sentimenti, i bastoni fatica. Il cavallo di spade era una lettera in arrivo o una partenza. La donna di coppe, una persona che ti vuole bene. Il sette di denari, il piccolo colpo di fortuna che tutti aspettavano. Niente palcoscenico, niente turbanti: la caffettiera sul fuoco, i panni stesi, e una vicina che per il disturbo accettava al massimo un pacchetto di biscotti.

Io a queste letture non ho mai creduto, nemmeno a otto anni (a otto anni credevo a Babbo Natale e al Catania in Serie A, che mi sembravano ipotesi più documentate). Col tempo però ho capito a cosa servivano. Servivano a dire ad alta voce le preoccupazioni: i figli lontani, le bollette, il fidanzato che non si decideva. La cartomante di quartiere faceva da psicologa, da confessore laico e da giornale locale, tutto insieme e gratis. E in un'isola dove l'esoterismo ha avuto pure versioni molto più spettacolari, chi ha letto la storia di Aleister Crowley e dell'Abbazia di Thelema a Cefalù sa di cosa parlo, la magia domestica delle carte resta la variante più mite e più umana. Niente riti, niente sette. Una cucina, un mazzo unto, una voce che ascolta.

Collezionisti, nipoti e riscoperta

Oggi il Tarocco Siciliano vive tre vite.

La prima è quella dei circoli di Mineo, Calatafimi, Tortorici e Barcellona, dove si continua a giocare e i tornei tengono insieme il pensionato e lo studente. La seconda è quella del collezionismo: siti internazionali come The World of Playing Cards catalogano le edizioni del mazzo, e le stampe antiche palermitane girano tra aste e raccolte private a cifre che avrebbero fatto svenire gli stampatori del 1630.

Il mazzo del Tarocco Siciliano tra lente e guanti da collezionista (immagine generata con IA)

Il mazzo è oggetto da collezione: i pezzi antichi girano tra aste e raccolte private.

La terza vita è online, ed è la più curiosa. I nipoti e i pronipoti di quelle nonne cercano su internet i significati delle carte che sentivano nominare in cucina. Nostalgia, più che superstizione. Chi vuole vedere da vicino come funzionava una lettura tradizionale può provare la versione interattiva su Astrologo Online, dove ho ricostruito il mazzo e i significati che la tradizione popolare attribuiva a ogni carta. Prendetela per quello che è: un'operazione di memoria. Sul futuro le carte tacciono; su chi le interrogava, invece, raccontano moltissimo.

Il mazzo, carta per carta

Ho ricostruito il Tarocco Siciliano in versione interattiva: la Miseria, il Fuggitivo, le Donne e tutti gli altri trionfi, con i significati che le nonne gli davano in cucina.

Sfoglia i tarocchi siciliani

Patrimonio culturale, non previsioni del futuro.

Il cassetto della credenza

La credenza di mia nonna non c'è più, e nemmeno la signora Concetta. Il mazzo però l'ho ricomprato: un Tarocco Siciliano nuovo di stampa, odore di cartoncino fresco. Ogni tanto lo apro solo per guardare la Miseria, quel pezzente che i nostri antenati vollero infilare tra imperatori e arcangeli, tanto per non scordarsi come stavano davvero le cose. Le altre tradizioni siciliane di cui scrivo su queste pagine profumano di zagara o di salsedine. Questa profuma di tovaglia cerata e di caffè riscaldato. E a me, vi confesso, pare un profumo altrettanto nobile.

Carlo